Nel cuore del quartiere di Decima abbiamo una seconda chiesa intitolata Santa Maria Mater Ecclesiae, della stessa parrocchia della omonima chiesa del quartiere Torrino.
Essa non è grande ed ha una linea semplice, è in fondo a un largo piazzale. Dal fronte sporge l’entrata larga, lateralmente costruita con gli stessi mattoni, ma davanti con legno e vetro che la dividono a metà orizzontalmente. Il resto della chiesa è in mattoni leggeri color beige con sopra, prima del tetto, una vetrata trasparente lungo tutto il perimetro.
La semplicità della linea, della pianta quadrata fa pensare a una casa basilare, o meglio a un luogo dove stare insieme. Il luogo è chiuso ed ha quattro muri come di base un luogo umano costruito. Questa basilarità la rende come la casa che sembra, cioè la fa sembrare casa, edificio semplice. È semplice per la riunione, e le grandi croci marroni tra i blocchetti, ai due lati della facciata, consacrano questo posto a Cristo. Casa collettiva per i cristiani, riferimento del quartiere.
L’alta linea perimetrale di vetro, infine, dichiara la temporalità dell’edificio: ci dice che questo si colloca nei tempi dei palazzi di vetro, in un Novecento e Duemila dove svettano la modernità e le sue concezioni. È propriamente concepita e attivata in quest’epoca, partecipe alla stessa.
Il vetro più visibile, e di lastre più grandi, quadrate, dell’accesso che viene a noi costituisce l’identità così rimarcata della chiesa: ci dice che il vetro è il materiale di costruzione conosciuto, è il segno dell’epoca in cui la chiesa nasce e vive. La chiesa porterà con sé questo segno epocale anche in un futuro sconosciuto.
Sotto questi vetri più grandi ci sono quattro pannelli di legno in cui è simbolizzata la figura del quadrato: non riprodotto perfettamente, esso è evocato a rappresentare la forma dell’unione degli uomini, base per una costruzione e per un luogo, da dedicare a importanti, profondi fini.
Va rilevato che la chiesa, richiamante a una casa, può ricordare altro edificio nobile, precisamente una carrozzeria, luogo di lavoro dell’epoca contemporanea. Tale richiamo è elevazione del lavoro, del lavoro operaio cui è dedita la classe sociale del quartiere. Nobilita il lavoro, e riconduce a Cristo nato falegname. Nobiltà dei lavori derivati dai lavori artigiani, artigianalità di un certo periodo, quello attuale, della ridefinizione sociale, coerente al concetto di vetro come collocante in questa epoca. Automobili sono perennemente parcheggiate nel piazzale di fronte alla chiesa, automobili transitano e passano proprio accostando il muretto che delimita il sagrato.
Non vi è campanile ma una croce fissa sul muretto, a indicare che questa chiesa è propriamente per questo quartiere, la cui gente ne conosce la collocazione. Essa si trova in via Romualdo Chiesa, a dichiarare fatalmente tale collocazione a tutti gli abitanti.
L’aula è quadrata, spaziosa, ma, come una chiesa di quartiere, il suo spazio è limitato. Un’abside cubica, dove c’è l’altare, esce dal perimetro dell’aula ponendosi come ambiente a sé. Il soffitto è sorretto da pilastri di ferro, la cui spigolosità ne determina la leggerezza di forma.
Essi, concettualmente, sono da considerarsi come non apposti, perché l’ambiente vuole essere un unico volume senza frapposizioni. Lo dice il soffitto che cambia altezza, come ondulato, in un disegno geometrico. Questo soffitto stabilisce l’etereo dell’aula, il suo essere come una nube, dai contorni non definiti. Un soffitto aereo, che si astrae, non definitivo né deciso. Allo stesso modo, le pareti laterali sono tinte di bianco e celeste, colori del cielo.
Questo ambiente si eleva come su una nube, come se fosse nel cielo. È una sala sospesa in alto distaccata dalla fisicità dei palazzi che la circondano, di tutto lo strutturale quartiere. È sospesa nella preghiera, nei canti. La preghiera stessa la eleva e la isola dal resto del mondo.
Ecco perché i pilastri non ci sono, il soffitto è geometricamente, linearmente ondulato. Si può immaginare in tanta nuvolosità, densità di attività religiosa e spirituale, l’odore dell’incenso che pervade i sensi oltre alle narici, che come una nube riempie l’aula sollevata al di là della fisicità dei palazzi.
L’area dell’altare, come si è detto, è in un’abside cubica dalle pareti bianche; l’altare è semplice, basilare. Questo punto è il posto più fisico, sono reali l’insegnamento e la vita di Cristo, come il Suo sacrificio. Il crocifisso è stilizzato in una forma di Y, questo si staglia nel viaggio etereo, con questa forma definisce il contesto aereo-nuvoloso.
Il diagonale è caratteristica che torna in questa chiesa, oltre che al quadrato: sono quadrati che si muovono con linee diagonali, i disegni del soffitto. È diagonale la linea che sulle pareti separa il celeste dal bianco.
Il diagonale, la linea diagonale, rappresenta un movimento razionale e intellettuale di un’epoca postbellica, è un indirizzo successivo al razionalismo, di mezzo tra ragione e senso, di un uomo che con la tecnica supera le basi dell’esistenza sociale e individuale. Questo ci dice la collocazione concreta di questa chiesa, costruita, tra l’altro, nei tempi del vetro come materiale costruttivo.
Il fatto che attraverso i vetri, internamente, si vedono i palazzi intorno, è sicuramente motivo che fa scadere l’idea di isolamento materiale, ma è vero che colloca i fedeli nel quartiere, li rende consapevoli che il miracolo della fede, e della sollevazione, avviene tra i palazzi, tra la vita dei palazzi che li circondano. È da questi palazzi che ci si solleva, ed eleva.
Se dalla fermata della metro B1 S. Agnese/Annibaliano ci dirigiamo all’altro lato di via Nomentana, attraversandola, tra le vie dell’abitato possiamo incontrare la chiesa di Sant’Angela Merici, realizzata nel 1955 e consacrata nel 1967. Questa chiesa è a pianta ottagonale, elevata come un prisma. Il costone in cima non è di contenimento e stabilità, perché la forma della chiesa punta in alto; essa dalla sua base vuole proiettarsi fino all’alto, a prisma. Il costone anzi contiene la forma fisica di essa, la delimita a chiesa umana accessibile, dà un limite all’ascesa per preservarcela come chiesa, luogo fisicamente limitato. L’ottagono vuole proiettarsi verso l’alto, dei cieli ma soprattutto dei tempi, per rendere nel tempo della società le conquiste e l’oggetto, la tradizione del culto. La cortina, come il costone, riporta a terra l’edificio dandogli senso di palazzo terrestre tra i palazzi, quasi accostato ai palazzi laici, e coerente con essi. Laicità pensabile in relazione alle f...
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